Violenza sul lavoro: i dati allarmanti del report INAIL

Il fenomeno della violenza nei luoghi di lavoro si sta rivelando una piaga sociale sempre più diffusa, come dimostrano i preoccupanti dati emersi dal recente report INAIL. Nel 2023 sono stati registrati 6.813 infortuni sul lavoro causati da aggressioni, con un incremento significativo rispetto all’anno precedente. Un dato che assume contorni ancora più drammatici se si considera che le donne risultano essere le principali vittime, con un aumento dell’8,6% dei casi rispetto al 2022.

L’analisi rivela una realtà complessa: se la maggior parte delle aggressioni proviene da soggetti esterni (come nel caso di rapine o attacchi al personale sanitario), un numero non trascurabile di episodi violenti si consuma tra le mura aziendali, tra colleghi. Il settore sanitario emerge come particolarmente vulnerabile, con infermieri e operatori sociosanitari – in prevalenza donne – che pagano il prezzo più alto in termini di violenze fisiche e psicologiche.

Di fronte a questa emergenza, l’INAIL ha avviato una serie di iniziative mirate, tra cui il progetto “Valutazione dei rischi in ottica di genere”, che riconosce come uomini e donne possano essere esposti a rischi diversi in base alle mansioni svolte. L’obiettivo è fornire strumenti concreti ai datori di lavoro per identificare e prevenire situazioni di pericolo, creando ambienti lavorativi più sicuri e rispettosi.

Tuttavia, i numeri dimostrano che non basta il monitoraggio: serve un cambio culturale radicale che coinvolga istituzioni, aziende e lavoratori. La strada da percorrere è ancora lunga, ma la presa di coscienza collettiva della gravità del fenomeno rappresenta il primo, indispensabile passo verso luoghi di lavoro realmente inclusivi e liberi da violenze. Un traguardo che non è solo questione di sicurezza, ma di civiltà.

Consulta il report: https://www.6libera.org/wp-content/uploads/2025/04/alg-dati-inail-2025-febbraio.pdf

Professore di un liceo arrestato per molestie: la rabbia dei genitori e il silenzio della scuola

Un professore di un liceo scientifico è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di molestie sessuali su almeno due studenti. L’insegnante, che lavorava nell’istituto da diversi anni, sarebbe stato denunciato dopo che alcuni ragazzi avevano ripreso di nascosto i suoi comportamenti inappropriati in classe, mostranti carezze, abbracci e frasi equivoche. I video, consegnati ai carabinieri, hanno dato il via all’indagine della procura di Ivrea.

La scoperta ha scatenato la rabbia di molti genitori, che si chiedono come sia possibile che nessuno nella scuola abbia mai notato nulla. “I nostri figli ci dicevano da tempo che in classe succedevano cose strane”, racconta un padre tra i primi a sporgere denuncia. “In un istituto con 1.200 studenti, è inconcepibile che certi comportamenti siano passati inosservati per anni”.

Tra i corridoi della scuola, l’atmosfera è tesa. Alcuni studenti ammettono di aver avuto dei dubbi sul professore, ricordando i frequenti contatti fisici durante le lezioni, mentre altri lo difendono, sottolineando la sua preparazione e popolarità. Il preside ha preferito non commentare, ma tra i docenti serpeggia lo sconcerto. Una collega ha confessato di non essersi mai aspettata un simile episodio da un insegnante conosciuto da anni.

I filmati, diventati virali, hanno diviso l’opinione pubblica tra chi li considera prove inconfutabili e chi invita a non giudicare prima della sentenza. Intanto, la scuola deve fare i conti con domande più ampie: quanti altri episodi simili sono stati taciuti? Come garantire che gli studenti possano studiare in un ambiente davvero sicuro?

Mentre la giustizia fa il suo corso, il caso ha lasciato una ferita profonda nella comunità scolastica, costringendo tutti a riflettere sui meccanismi che troppo spesso portano a sottovalutare segnali d’allarme. Per le famiglie delle vittime, resta l’amarezza di un sistema che ha fallito nel suo compito più basilare: proteggere i ragazzi nel luogo che dovrebbe formarli.

Fonte: https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/25_marzo_27/torino-professore-del-liceo-scientifico-arrestato-per-molestie-in-classe-le-voci-giravano-da-anni-nessuno-si-e-accorto-di-niente-c5fef28d-2fab-4fed-a730-72f4688bfxlk.shtml?refresh_ce

Professore di chimica accusato di abusi su studenti: a processo anche per pedopornografia

Un grave caso di presunti abusi sessuali e detenzione di materiale pedopornografico ha scosso il mondo scolastico romano. La Procura di Roma ha formalizzato le accuse contro un docente 43enne di chimica, attualmente agli arresti domiciliari, per violenze sessuali su sei studenti minorenni e possesso di immagini illegali.

Le indagini, ancora in corso, hanno preso il via nel 2023 quando uno studente ha raccontato ai genitori di essere stato convocato nel laboratorio di chimica con il pretesto di correggere un compito, per poi subire molestie sessuali. La famiglia, supportata da un avvocato, ha immediatamente sporto denuncia.

Successivamente è emersa una seconda denuncia analoga proveniente da un altro istituto tecnico della zona, sebbene le due vittime non si conoscessero tra loro. Gli investigatori hanno accertato almeno cinque episodi simili, con un totale di sei vittime identificate – tutte studentesse del primo o secondo anno – mentre si cerca di ricostruire se ci siano altri casi non ancora emersi.

L’aspetto più agghiacciante delle indagini ha riguardato il ritrovamento, da parte del Nucleo investigativo, di materiale pedopornografico sui dispositivi elettronici della docente, inclusa immagini che ritraevano bambine sotto i 10 anni.

Il caso solleva inquietanti interrogativi sui meccanismi di prevenzione e controllo all’interno delle istituzioni scolastiche, luoghi che dovrebbero garantire massima sicurezza per gli studenti.

L’episodio ha provocato profonda costernazione nella comunità scolastica, riaccendendo il dibattito sulla necessità di più stringenti verifiche sul personale docente e di protocolli più efficaci per la protezione dei minori. Le famiglie delle vittime hanno espresso sgomento per la gravità degli atti contestati, avvenuti in quello che dovrebbe essere un ambiente formativo e protetto.

Fonte: https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/03/25/news/professore_chimica_abusa_sei_studenti_processo-424084866/

Il 40% dei giovani lascia il lavoro per mancanza di riconoscimento: un segnale da non ignorare

I dati parlano chiaro: burnout, assenteismo e turnover non sono semplici anomalie, ma sintomi di un sistema lavorativo che fatica a rispondere alle esigenze delle nuove generazioni. Secondo i report di Deloitte, McKinsey, Gallup e la Global Workforce Hopes and Fears Survey, il 40% dei giovani abbandona il proprio impiego a causa della mancanza di riconoscimento e significato nel lavoro svolto.

Le nuove generazioni pongono grande attenzione ai valori condivisi. Un’indagine globale condotta da Deloitte nel 2023 ha evidenziato che il 72% dei giovani della Generazione Z ritiene essenziale lavorare in un ambiente che promuova creatività, autonomia e rispetto per le nuove dinamiche professionali. Inoltre, il 55% dichiara di essere pronto a cambiare lavoro entro due anni se non si sente valorizzato o coinvolto.

Quando un impiego non è in sintonia con i valori e i talenti di una persona, i costi, sia per i lavoratori che per le aziende, aumentano drasticamente in termini di salute, produttività e creatività. Il burnout e il turnover diventano così il prezzo da pagare per un modello lavorativo che non riesce più a motivare e trattenere i suoi talenti. Uno studio McKinsey del 2023 ha confermato che la principale causa di dimissioni tra i giovani è la mancanza di riconoscimento e di un senso di appartenenza.

Secondo una ricerca Gallup, il 64% dei giovani desidera un impiego che valorizzi le proprie capacità distintive. Tra le loro priorità emergono anche flessibilità e autonomia: non sorprende che il lavoro da remoto e i modelli ibridi abbiano trasformato il panorama lavorativo. Per la Generazione Z, bilanciare vita privata e professionale è una necessità, non un lusso.

Ma non si tratta solo di benessere individuale. Le nuove generazioni vogliono lasciare un segno positivo nella società. I dati della Global Workforce Hopes and Fears Survey del 2024 rivelano che il 76% dei giovani cerca aziende impegnate per il bene comune, con un’attenzione particolare alla sostenibilità ambientale e alla tutela degli animali.

Questi dati mostrano chiaramente che le aziende devono adattarsi alle nuove esigenze se vogliono attrarre e mantenere giovani talenti. Offrire ambienti di lavoro stimolanti, riconoscere i meriti e promuovere una cultura aziendale basata su valori autentici non è più un’opzione, ma una necessità per costruire un futuro professionale più equo e sostenibile.

Fonte: https://tg24.sky.it/economia/2025/03/18/giovani-lavoro-dimissioni-dati

La Cassazione conferma la legittimità del licenziamento per molestie sessuali sul posto di lavoro

Con un’importante ordinanza emessa il 10 marzo 2025, la Corte Suprema di Cassazione ha stabilito in modo inequivocabile che il licenziamento rappresenta una sanzione pienamente giustificata quando un lavoratore ponga in essere comportamenti molesti a sfondo sessuale nei confronti di una collega, violandone la dignità personale e professionale. La sentenza, che conferma una precedente decisione della Corte d’Appello di Bologna, riguarda un caso emblematico nel settore dei trasporti, dove un dipendente era stato destituito per aver rivolto ripetutamente frasi inappropriate a una collega in presenza di altri lavoratori.

Il principio affermato dalla Suprema Corte è particolarmente significativo perché chiarisce come le molestie sessuali sul lavoro possano configurarsi come forma di discriminazione anche quando non sia dimostrabile una precisa intenzione offensiva da parte dell’autore. Ciò che rileva, secondo i giudici, è principalmente l’oggettiva natura della condotta e la percezione soggettiva della vittima, la cui dignità risulta violata indipendentemente dalle reali intenzioni di chi ha tenuto il comportamento molesto.

Nel caso specifico, la condanna del lavoratore è stata ritenuta pienamente conforme all’articolo 45 del Regio Decreto n. 148 del 1931, che disciplina i licenziamenti per giusta causa. I giudici hanno sottolineato come le frasi pronunciate dal dipendente, oltre a essere chiaramente indesiderate dalla collega, fossero state espresse in un contesto lavorativo e in presenza di testimoni, aggravando così la portata della violazione. La natura non episodica della condotta ha rappresentato un ulteriore elemento a sostegno della decisione di licenziamento.

Questa pronuncia giurisprudenziale assume particolare rilievo nel panorama del diritto del lavoro italiano, rafforzando il quadro di tutela contro le discriminazioni di genere e ribadendo l’obbligo per le aziende di garantire ambienti lavorativi rispettosi della dignità di tutti i dipendenti. Le imprese sono chiamate a intervenire con tempestività di fronte a episodi di molestia, attivando tutte le necessarie misure disciplinari, mentre i lavoratori devono essere consapevoli che comportamenti inappropriati, anche se apparentemente “leggeri” o non intenzionalmente offensivi, possono comportare conseguenze gravi fino alla perdita del posto di lavoro.

La sentenza rappresenta dunque un importante passo avanti nella lotta alle discriminazioni sessuali nei luoghi di lavoro, chiarendo una volta per tutte che il rispetto della dignità personale costituisce un valore non negoziabile che deve essere garantito in ogni contesto professionale. Questo orientamento giurisprudenziale, in linea con i principi costituzionali e con la normativa europea, offre un solido strumento di tutela per le vittime di molestie e al tempo stesso un chiaro monito contro qualsiasi forma di comportamento inappropriato in ambito lavorativo.

Fonte: https://www.iqnotizie.it/notizia/IQ34053-30-0001/Discriminazioni-sessuali-e-molestie-licenziato-il-lavoratore

La violenza lascia tracce nel DNA: uno studio rivela che i traumi possono essere trasmessi alle generazioni future

Una ricerca condotta su famiglie siriane ha dimostrato per la prima volta nell’uomo ciò che era già noto negli animali: l’esperienza della violenza può modificare epigeneticamente il DNA, lasciando segni che vengono ereditati dai discendenti. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, ha analizzato gli effetti dei traumi vissuti durante l’assedio di Hama del 1982 e la recente guerra civile siriana.

Un team internazionale di ricercatrici delle università della Florida del Sud, Yale e Hashemita (Giordania) ha esaminato 138 persone appartenenti a 48 famiglie siriane emigrate in diversi periodi:

Sopravvissute all’assedio di Hama (1982), esposte alla guerra civile contro il regime di Assad e non esposte a nessuno dei due eventi.

Nei figli e nipoti delle donne incinte durante l’assedio sono state identificate 14 modifiche epigenetiche legate allo stress, mentre in chi ha vissuto direttamente i traumi ne sono state trovate 21.

L’epigenetica studia i cambiamenti che regolano l’espressione dei geni senza alterare la sequenza del DNA. Eventi traumatici, come violenze estreme, possono attivare “etichette chimiche” che modificano il funzionamento dei geni, influenzando la risposta allo stress e la salute mentale. Queste modifiche, sorprendentemente, possono essere trasmesse alle generazioni successive.

Lo studio ha rilevato un invecchiamento epigenetico accelerato nelle persone esposte a violenza durante la gestazione, un fattore che potrebbe aumentare il rischio di malattie legate all’età. La scoperta ha implicazioni importanti non solo per i sopravvissuti a guerre e genocidi, ma anche per vittime di violenza domestica, abusi sessuali e altri traumi estremi.

Questa ricerca apre nuove prospettive nella comprensione di come le esperienze traumatiche dei genitori possano influenzare la salute fisica e mentale dei figli, anche decenni dopo. Potrebbe inoltre guidare future terapie per mitigare gli effetti ereditari dello stress e della violenza.

Mentre la scienza continua a esplorare questi meccanismi, lo studio sottolinea l’urgenza di supporto psicologico e medico per le vittime di violenza, il cui dolore potrebbe lasciare un’impronta più profonda di quanto si pensasse.

Fonte: https://www.ansa.it/canale_scienza/notizie/spazio_astronomia/2025/03/01/la-violenza-lascia-nel-dna-umano-segni-che-possono-essere-ereditati_e0abf0b9-3a86-4622-8b05-b7da41ac43c2.html

Careless People: dentro l’azienda che ha cambiato il mondo, secondo un’ex dipendente

Il libro “Careless People” di Sarah Wynn-Williams sta scuotendo il mondo della tecnologia e della politica per le rivelazioni sul dietro le quinte di Facebook e Meta. L’autrice, ex manager dell’azienda, racconta un ambiente dominato da uomini di potere, in cui il benessere delle persone viene sistematicamente ignorato a favore del profitto e dell’influenza globale. Il titolo stesso, “Careless People” (Persone incuranti), sottolinea l’atteggiamento distaccato e privo di empatia dei vertici della società nei confronti di dipendenti, utenti e persino delle conseguenze sociali delle loro scelte.

Meta ha tentato di screditare l’autrice, sostenendo che il libro non contenga nulla di nuovo e che si tratti di un’operazione di attivismo più che di una denuncia autentica. Tuttavia, la società ha anche avviato azioni legali per fermarne la diffusione, accusando Wynn-Williams di aver violato accordi di riservatezza. Un tribunale ha ordinato la sospensione della promozione del libro, ma questo rimane comunque disponibile alla vendita.

Tra le rivelazioni più forti emergono i tentativi di Mark Zuckerberg di accreditarsi presso i leader mondiali, con l’obiettivo di espandere la sua influenza. Si racconta di incontri con Xi Jinping, Dmitry Medvedev e persino un tentativo di avvicinamento a Fidel Castro. Il libro evidenzia anche il cambio di rotta politica di Zuckerberg, dalla ricerca di favori con l’amministrazione Obama alla successiva vicinanza all’ex presidente Trump.

Ma il vero cuore della denuncia riguarda la cultura aziendale tossica. Il libro descrive un ambiente lavorativo ostile, in cui persino episodi di emergenza medica vengono ignorati per non interrompere le riunioni. Wynn-Williams racconta la propria esperienza personale, come il parto in cui, tra le contrazioni, si sentì costretta a inviare un’ultima email ai suoi superiori. Anche Sheryl Sandberg, ex COO e icona del femminismo aziendale, non ne esce bene. Viene descritta come un capo severo e insensibile, che pretendeva la disponibilità assoluta delle sue dipendenti, perfino nei momenti più delicati della loro vita familiare.

Il ritratto che emerge da “Careless People” è quello di un’azienda dove il potere e l’ego dei dirigenti contano più di ogni altra cosa. Nessuno osa contraddire Zuckerberg, le decisioni si prendono per compiacerlo e chiunque mostri debolezza viene messo da parte. Anche i principi di inclusione e supporto alle donne, tanto proclamati da Meta, si rivelano una facciata priva di sostanza.

Il libro offre uno spaccato inquietante di come le grandi aziende tecnologiche gestiscano il loro immenso potere senza curarsi delle ricadute umane e sociali. In un’epoca in cui il dibattito sulla responsabilità delle Big Tech è sempre più acceso, “Careless People” rappresenta una testimonianza preziosa su ciò che accade dietro le porte chiuse di uno dei colossi della Silicon Valley.

Fonte: https://www.corriere.it/esteri/25_marzo_24/zuckerberg-sandberg-manager-incubo-b7882743-5968-426c-aad3-99356352dxlk.shtml

Grave episodio in classe: professore si cala i pantaloni, studenti e scuola sconvolti

La comunità scolastica del Novarese è rimasta sconvolta da un episodio gravissimo avvenuto nella mattinata di lunedì all’Istituto Leonardo da Vinci di Borgomanero, in via Don Minzoni. Durante una lezione in una classe dell’indirizzo meccanico, un professore abilitato in materie scientifiche si sarebbe calato i pantaloni davanti agli studenti, scatenando stupore e reazioni immediate.

L’episodio è avvenuto tra la seconda e la terza ora di lezione. Una studentessa, sconvolta da quanto accaduto, è corsa nel corridoio per avvisare la vicepreside, che ha immediatamente informato la dirigente scolastica. Quest’ultima si è recata in aula all’istante, confermando la gravità della situazione.

Sono stati subito allertati i Carabinieri della tenenza di Borgomanero e della compagnia di Arona. Il docente è stato accompagnato in ambulanza all’ospedale Santissima Trinità, dove è stato visitato nel reparto di psichiatria. Al momento, non sono state fornite ulteriori informazioni sulle condizioni dell’insegnante o sulle motivazioni che lo avrebbero spinto a un gesto così sconvolgente.

I colleghi del professore hanno espresso stupore e incredulità, descrivendolo come una persona preparata, corretta e rispettosa. L’episodio ha lasciato tutti senza parole, considerando anche la mancanza di precedenti comportamenti inappropriati da parte dell’insegnante.

I Carabinieri, pur confermando l’accaduto, hanno preferito non rilasciare dichiarazioni per la delicatezza del caso. Le indagini sono ancora in corso per accertare le dinamiche e le motivazioni alla base del gesto.

L’episodio ha scosso profondamente la comunità scolastica, sollevando interrogativi sulla sicurezza e sul benessere degli studenti e del personale. La scuola si è attivata per garantire supporto psicologico agli alunni coinvolti e per affrontare le ripercussioni di un fatto che ha lasciato un segno profondo.

La vicenda rappresenta un monito sulla necessità di vigilare costantemente sull’ambiente scolastico, garantendo che sia un luogo sicuro e rispettoso per tutti.

Fonte: https://www.vcoazzurratv.it/insegnante-si-cala-i-pantaloni-in-classe-durante-una-lezione/informazione/

Kenya: il sogno infranto delle lavoratrici migranti in Arabia Saudita

In un giorno qualsiasi, all’aeroporto internazionale di Nairobi, decine di donne kenioti si accalcano nell’area partenze, indossando magliette simili e scattandosi selfie prima di partire per l’Arabia Saudita. Attratte dalle promesse di reclutatori aziendali e incoraggiate dal governo keniota, queste donne lasciano il Paese con la speranza di un futuro migliore.

Mentre l’area partenze è piena di ottimismo, l’area arrivi racconta una storia diversa. Qui, le donne tornano spesso con il volto scavato dalla fatica, psicologicamente provate, dopo aver affrontato salari non pagati, fame, aggressioni sessuali e condizioni di lavoro disumane. Alcune tornano senza un soldo, altre addirittura dentro bare.

Negli ultimi cinque anni, almeno 274 lavoratori kenioti, per lo più donne, sono morti in Arabia Saudita. Una cifra scioccante per giovani che svolgono lavori considerati, nella maggior parte dei Paesi, estremamente sicuri. Solo lo scorso anno, almeno 55 lavoratrici kenioti hanno perso la vita, il doppio rispetto all’anno precedente.

Le donne partono con la speranza di un futuro migliore, ma spesso si ritrovano intrappolate in un incubo. Molte vengono sfruttate, costrette a lavorare senza stipendio, private di cibo e sottoposte a violenze fisiche e psicologiche. Alcune non riescono nemmeno a tornare a casa, morendo in circostanze misteriose o per mancanza di cure mediche.

Nonostante le numerose denunce e le prove delle condizioni disumane, il governo keniota continua a promuovere la migrazione delle donne verso l’Arabia Saudita, presentandola come un’opportunità di riscatto economico. Tuttavia, la mancanza di controlli e protezioni adeguate espone le lavoratrici a rischi enormi, trasformando il loro sogno in una trappola mortale.

La situazione delle lavoratrici kenioti in Arabia Saudita è un dramma che richiede un intervento immediato. È necessario che il governo keniota e le organizzazioni internazionali agiscano per garantire protezione, diritti e sicurezza a queste donne, mettendo fine a un sistema che le sfrutta e le condanna a sofferenze inimmaginabili. Il sogno di una vita migliore non dovrebbe mai trasformarsi in un incubo.

Fonte: https://www.nytimes.com/2025/03/16/world/africa/saudi-arabia-kenya-uganda-maids-women.html

Cyberbullismo: 12enne presa di mira in una chat. Denunciata la dirigente scolastica

Una ragazzina di 12 anni è stata vittima di cyberbullismo da parte di nove compagni di scuola, che l’hanno presa di mira in un gruppo WhatsApp denominato “Anti-cappati”. Nel gruppo sono stati condivisi video offensivi, che sono poi circolati da uno smartphone all’altro. Quando un adulto ha scoperto i contenuti, ha avvisato i genitori della bambina, i quali hanno deciso di rivolgersi a un avvocato e sporgere denuncia alle autorità per avviare gli accertamenti del caso.

Oltre ai nove ragazzi coinvolti, è stata denunciata anche la dirigente scolastica per omissione di atti di ufficio. Secondo quanto emerso dalle indagini dei Carabinieri, la scuola era a conoscenza dei fatti già da tempo. La dirigente aveva infatti convocato i genitori dei ragazzi coinvolti, ma anziché informare immediatamente l’autorità giudiziaria, avrebbe tentato di gestire la situazione internamente, ritardando l’intervento delle autorità competenti.

La dirigente è accusata di aver ostacolato gli accertamenti e di non aver agito con la tempestività necessaria per proteggere la studentessa. Secondo i Carabinieri, la scuola avrebbe preferito chiudere la questione “tra le mura dell’istituto”, senza coinvolgere le autorità, nonostante la gravità degli episodi di cyberbullismo.

La vicenda ha portato alla denuncia della dirigente scolastica, che ora dovrà rispondere delle sue azioni (o inazioni) di fronte alla legge. Il caso ha riacceso il dibattito sulla necessità di un intervento tempestivo e trasparente da parte delle istituzioni scolastiche in situazioni di bullismo e cyberbullismo, fenomeni che richiedono un approccio rigoroso per tutelare le vittime e prevenire ulteriori episodi.

La denuncia rappresenta un monito per tutte le scuole: di fronte a casi di bullismo o cyberbullismo, è fondamentale agire con rapidità e coinvolgere le autorità competenti, evitando di minimizzare o gestire internamente situazioni che possono avere gravi conseguenze per i giovani coinvolti.

Fonte: https://www.tecnicadellascuola.it/cyberbullismo-12enne-presa-di-mira-da-nove-compagni-in-chat-dirigente-scolastica-denunciata-ecco-perche